3x03 Naido and Dale Cooper

Twin Peaks 3×03 “Call for help”: la recensione

di Matteo Marino
12 giugno 2017

Spoiler alert: Questa recensione contiene testo e immagini spoiler per chi non ha visto la terza parte del nuovo Twin Peaks.

Piccola premessa: poiché Lynch considera questa serie come un film di 18 ore, più che scrivere una recensione classica cercherò di condividere con voi i miei appunti ancora grezzi e porre qualche domanda anziché dare risposte, sperando che si rivelino poi le domande giuste. Ci sarà spazio per articoli di approfondimento più avanti, tenendo comunque ben presente che non tutti gli elementi alla fine potrebbero avere una spiegazione univoca o narrativa: con Lynch c’è sempre spazio per i misteri, le interpretazioni personali e le astrazioni.

Bentornati a Twin Peaks.

Proseguite solo se avete visto la 3×03. SPOILER ALERT.

The Machine Room
L’inizio della 3×03 è puro Lynch. Il Lynch inventivo e artista del finale della seconda stagione nella Loggia, ma anche quello criptico e disturbante dei cortometraggi. Ora è più chiara la famosa dichiarazione di David Nevins, boss di Showtime: “This version of Twin Peaks is the pure heroin version of David Lynch, and I’m very excited to be putting that out.”. I primi venti minuti della 3×03 – immersi nel viola, con la donna senza occhi, il procedere a scatti avanti e indietro dei fotogrammi per continui, infinitesimali flashforward e flashback (“futuro passato”), la scatola nel cosmo e tutto il resto – mi hanno stupito e lasciato a bocca aperta per l’ennesima volta, alla prima visione, e rivedendoli ancora di più. Twin Peaks  si conferma con estrema forza quel laboratorio che è, un laboratorio e un contenitore di storie e suggestioni capace di stimolare la creatività dei suoi autori: sa essere nuovo partendo dal passato (la lezione del surrealismo, ma anche gli esperimenti dei film muti – riguardateli, sarà sorprendente scoprire quanto giocavano sugli effetti speciali in macchina, le sovraimpressioni, il montaggio, alla scoperta di un linguaggio nuovo, quello cinematografico, che quei pionieri stavano inventando man mano che giravano i loro film; provate per esempio a guardare o riguardare Aurora di Murnau, giusto per fare un titolo). Twin Peaks sa espandere la propria mitologia, non vivere di rendita, tirare fili ormai lontanissimi nella filmografia lynchiana (i personaggi che si muovono a scatti, fotogramma per fotogramma, di Alphabet e The Grandmother, le suggestioni di Eraserhead, lo spazio di Dune) e stimolare associazioni di idee ed emozioni come leve azionate nella nostra mente di spettatori, ma anche riflessioni e ipotesi. Del resto “l’arte deriva dall’interazione della mente con il cuore”. Sono parole del guru di Lynch, Maharishi Mahesh Yogi. Cionondimeno riflessioni e ipotesi sono sempre a posteriori, almeno per me.

Lo dico subito: io mentre guardavo la sequenza non mi sono mai domandato cosa significasse. Non funziona così Lynch, con me. Io ci entro dentro, lo vivo, mi concentro sulle sensazioni che mi fa provare… a livello viscerale. E questa sequenza mi ha scosso nel profondo. È Lynch alla massima potenza. Poi cerco di far interagire cuore e mente (perché di queste immagini mi innamoro, ed è più difficile essere lucidi come un’analisi richiederebbe quando si è innamorati), e allora ci rifletto e provo a tradurre quei simboli e quelle sensazioni in parole, secondo le mie competenze, le mie intuizioni e  la mia sensibilità, cercando di non andare troppo fuori dal seminato (il contesto in cui la scena è inserita) per non cadere nel rischio (chissà se con successo) di sovrainterpretare troppo.

Quindi ho buttato giù alcuni appunti su questa sequenza (li trovate qua sotto in corsivo) una volta che è passato un po’ di tempo e l’ho rivista insieme al mio mitologo personale Stefano Ventura (che alle tre di notte dorme e mi dà la scusa del rewatch con lui una o due sere dopo – come se avessi bisogno di una scusa). Ve li trascrivo così, in forma di stream of consciousness come mi sono venuti, senza elaborarli, perché secondo me questa scena ci farà parlare ancora per molto e non siamo pronti per mettere tutti i puntini sulle i.

Il mare sotto di noi (dell’inconscio?) e il palazzo (della mente?) con una donna senza occhi (rimozione?) che però avvisa di un pericolo (la rimozione è pericolosa, ti trasforma in qualcun altro, ne sa qualcosa Fred di Strade Perdute), un pericolo che nemmeno noi vediamo ma sentiamo, bussa insistentemente – lo chiamano Mother, devi sbrigarti, mia mamma sta arrivando…

3x03 Il mare

Viola/carne attraversata dalla luce, mare/placenta, utero (cosmico?), donna che non vede il figlio che ha in grembo, ma quante volte gli dirà di non piangere, di fare silenzio (il bambino di Eraserhead)… Cooper esce attraverso un misterioso foro ma con la mente cancellata… nascita? Rinascita. Che ti fa dimenticare cosa c’era prima di nascere.

3x03 3

La generazione spaventa (tema ricorrente in Lynch), è il mondo fuori che bussa e ti pretende – la testa deformata di Dale Cooper come afferrata da un forcipe invisibile – trauma della nascita, reincarnazione, il dimenticare e rivivere, ripetere gli stessi gesti anche se non lo sai – samsara.

3x03 La rinascita di Dale Cooper

Che stiamo assistendo a una sorta di nascita o rinascita di Cooper (che infatti sarà d’ora in poi una tabula rasa) è una lettura che può essere legittimata da una rima interna nella filmografia lynchiana. Mi riferisco a una scena in particolare di The Elephant Man, la sequenza iniziale in cui viene raccontata, per immagini, la nascita di John Merrick. A me è venuta in mente subito quando, nella 3×03, ho visto quel vapore violaceo che sembra venire spinto fuori dal nulla e dentro cui (presumibilmente) Cooper precipita, ma non ricordavo i particolari, e me la sono andata a rivedere. L’incipit di The Elephant Man è un flashback onirico o meglio immaginario, mostra come Merrick ha ricostruito, grazie a frammenti di informazioni, superstizioni dell’epoca e una foto della mamma, l’origine della sua malformazione (in realtà una malattia genetica) e la sua venuta al mondo.

Due occhi femminili immobili riempiono lo schermo (è il particolare della citata fotografia). Una musica da circo si interrompe. La donna (la madre di John incinta di lui, verremo a sapere dopo) viene travolta al rallentatore da alcuni elefanti. Cade in terra e viene calpestata. L’accostamento ripetuto dell’inquadratura della madre in terra che agita la testa urlando e il controcampo dell’elefante che si agita a sua volta su di lei lavora a livello subliminale per suscitare l’impressione di un impossibile stupro. Dissolvenza in nero. Dal nero viene spinto fuori con forza del fumo bianco, mentre sentiamo il pianto di un neonato. È la nascita dell’uomo-elefante.

3x03 sbuffo di vapore

A me la caduta di Cooper nello “spazio” ha ricordato anche Dune, il viaggiare senza muoversi, ma è più una suggestione che un richiamo esplicito, mi sembra.

Un’altra associazione mentale l’ho trovata in questa bella gif di cui non conosco l’autore:

Falling in space

Iper-esplicita e consapevole è senz’altro la citazione di Eraserhead, con la testa volante del Maggiore Briggs (che colpo che mi è preso!).

Briggs-blue-rose

 

Notate la rosa blu nella stanza (sulla sinistra).

3x03 Blue Rose

Molti fan, vedendo la testa di Briggs, hanno subito pensato al cadavere maschile SENZA testa trovato nell’appartamento di Ruth… Aspettiamo e vediamo…

Altro collegamento con Eraserhead (oltre a tutte le teste spiccate dal corpo di cui il nuovo Twin Peaks è pieno – ci avete fatto caso, vero?) è costituito dalla leva azionata da Naido (così si chiama la donna senza occhi secondo i titoli di coda), che riporta alla mente l’Uomo del Pianeta del primo lungometraggio di Lynch (anche lui muove leve) e a posteriori può essere letta come una premonizione della fortuna che avrà Cooper con le slot machine.

3x03 Leve

Quella sorta di campana ammaccata sulla scatola nello spazio, poi… cos’è? Potrebbe essere l’interno di un congegno? L’interno di un… accendisigari? Di un altoparlante? Non ho idea di come siano fatti dentro. Il primo che li smonta mi faccia sapere.

A completare il tutto, le scarpe sono le uniche cose che Dale Cooper lascia nell’universo viola, mentre il suo corpo scompare… Non so se è una citazione consapevole o meno, ma Il mago di Oz è senz’altro uno dei riferimenti sotterranei di tutto il cinema di Lynch (e una foto di scena del film del 1939 campeggia nel suo studio, come abbiamo notato nella recensione di The Art Life) – la strega malvagia e la strega buona, il buon Dale e il Dale malvagio… associazioni libere.

Mago di Oz - scarpette

Più che probabile il fatto che la scena in cui Cooper calzerà le scarpe di Dougie sia un richiamo letterale al modo di dire “In someone else’s shoes”, che equivale al nostro “Mettersi nei panni di qualcun altro”.

Dov’è questo posto?
Poiché quest’universo viola è l’altrove e l’altroquando in cui Cooper precipita dopo essere stato per un breve tempo nella Glass Box (Coop scompare dalla teca appena prima che Sam e Tracey entrino nella stanza, ricordate?), Misha Melikov ha avuto un’idea magnifica e inquietante: sincronizzare le azioni di Cooper che lascia la Red Room, appare a New York nella Glass Box e precipita nell’universo viola con le azioni di Sam e Tracey che si svolgono parallelamente. Il tempo in cui Sam e Tracey rimangono fuori dalla stanza con la teca durante l’apparizione di Cooper corrisponde in maniera talmente perfetta che è difficile pensare sia un caso. Se non lo è, da questa sincronizzazione si possono notare alcune cose molto interessanti…

Per esempio: sia Naido sia Sam chiedono il silenzio (7’50”), la creatura nella teca e Cooper a un certo punto si muovono in maniera molto simile (8’33”), la creatura rompe il vetro della teca nell’esatto momento in cui Cooper riceve quella specie di scossa, e – davvero molto, molto inquietante – quando la creatura attacca Sam e Tracey, Naido si passa ripetutamente le dita sulla gola come per avvisare Cooper di un pericolo mortale, e il rumore disturbante associato a quel gesto è lo stesso che sentiamo emettere dalla creatura intenta a sforbiciare le teste dei due amanti.

Mr. C. and Dougie getting six
Uomini che vomitano… cosa mi ha ricordato? Sì, il primo quadro in movimento di David Lynch, Six Men Getting Sick, realizzato quando era studente. Ci vinse anche un premio.

“Io avevo in testa questo quadro mobile. Peraltro ero a zero quanto a cinema e fotografia. [In un negozio di Philadelphia] avevano questa 16 mm con caricamento a molla. Dissi: “Dev’essere in grado di riprendere dei fotogrammi singoli”; loro risposero di sì, e fu in quel modo che la utilizzai. Allora domandai: “Com’è che si devono illuminare le superfici?”, e loro fecero: ” È semplicissimo. Prendi due riflettori fotografici, uno a destra e uno a sinistra, puntali con un angolo di 45° sul soggetto, e quello farà rimbalzare la luce dentro l’obiettivo” (…)”. L’installazione (che prevedeva uno schermo scolpito, una proiezione in loop di uomini che si sentivano male e vomitavano e un registratore a cassette che mandava il suono di una sirena – non ricorda anche a voi il suono che fanno i mega jackpot del Casinò?…) fu un successo. Ma costò a Lynch 200 dollari. Troppo per le sue finanze. “Lo shock economico soverchiò tutto quanto. E inoltre come quadro non era ortodosso. Però si muoveva, ed era ciò che a me interessava”. Un altro studente benestante, Bart, che aveva amato l’opera, chiese a Lynch di realizzare per lui qualcosa di simile… per 1000 dollari. Lynch, galvanizzato, comprò una nuova attrezzatura per 450 dollari. Usata. La camera però aveva la bobina ricevitrice danneggiata e tutto il lavoro di Lynch non venne impresso sulla pellicola. “Bart, il film è un disastro. La cinepresa era rotta e di quello che ho girato non è venuto niente”. E lui: “Non preoccuparti, David, prendi il resto dei soldi e fai qualcos’altro per me. Fammene solamente avere una copia”. (…) Da quel momento cominciai a pensare di combinare azioni riprese dal vivo e animazione. Allora mi venne un’idea, ed è in base a quella che realizzai The Alphabet“, il suo primo cortometraggio, grazie al quale ottenne il finanziamento per realizzare il mediometraggio The Grandmother… Da lì a Eraserhead sarebbe stato un passo (da “David Lynch. Io vedo me stesso” a cura di Chris Rodley, il Saggiatore). E tutto per via di sei uomini che vomitavano e di una cinepresa danneggiata. A volte, il destino.
Ah, Mr C. e Dougie vomitano ovviamente del mais misto a sangue, una roba velenosissima (damn fine garmonbozia?).

Dougie e la pallina dorata

Dougie nella Loggia

Nel 2009 la 42 Below (la vodka prodotta più a sud del mondo,  sotto il 42° parallelo) commissionò a 42 registi un film a episodi sui sogni. Ogni regista aveva 42 secondi a disposizione. David Lynch li usò così:

La pallina dorata ha suscitato tantissime discussioni online (ci sarà occasione di riparlarne).

Quanto all’inaspettato fake di Cooper e Mr. C… pure. Poiché gruppi e forum sono una miniera di fan theory, dalle più bislacche alle più affascinanti, discussioni che arricchiscono l’esperienza di guardare una serie come Twin Peaks e rendono l’attesa della prossima puntata parte importante dell’esperienza stessa, pubblichiamo una delle teorie affascinanti con il permesso dell’autrice, Margherita Dolcevita, un post originariamente apparso su Twin Peaks 2017 – Italia (un grazie speciale a tutti i membri: queste mie stesse recensioni sarebbero diverse senza le nostre chiacchierate illuminanti) e dedicato proprio a Dougie Jones e a Rancho Rosa (dov’è questo posto?).
*****

Chi è Dougie Jones?
“Someone manufactured you,” spiega il nostro one-armed man al tripleganger di Cooper, appena giunto nella loggia. “For a purpose, but I think now that has been fulfilled”, specifica.
Partendo dal presupposto che Bad Cooper abbia dunque creato Dougie per riempire il posto che, fuggendo dalla loggia, egli stesso avrebbe lasciato vuoto (da appassionata di parole, non posso trascurare la peculiare scelta del termine “manufactured”, in luogo di un più generico “made” o “created”, a specificare intenzionalmente una creazione fisica, materiale e “artigianale”) sembrerebbe chiara la natura artificiale e fittizia del personaggio, peraltro evidenziata da un’apparenza estetica del tutto innaturale, a partire dal parrucchino trumpiano e da un abbigliamento irrealistico e poco credibile (senza offesa per Saul Goodman).
Ma, se nulla sembra opporsi all’evidente artificiosità di Dougie, ciò che non mi sembra altrettanto intuitivo è stabilire l’esistenza reale o meno del contesto in cui Dougie vive. Perchè, infatti, bad Cooper, oltre a creare un singolo individuo, avrebbe avuto necessità di creare un’intera città, un microcosmo all’apparenza ordinario e non esterno alla nostra realtà? Se così fosse, il nostro sempre più inquietante doppelganger, avrebbe dunque il potere di creare un’intera dimensione parallela, la cui cosmogonia sarebbe perfino difficile da concepire (i personaggi che vivono in quella città sarebbero stati creati ex abrupto, con età diverse, legami familiari, un passato, dei ricordi, una storia!)?
Eppure sembrerebbe così.
Al di là dell’indizio metanarrativo, per cui “Rancho Rosa”, oltre al quartiere di Dougie, è nella realtà la compagnia produttrice di Twin Peaks, quasi a suggerire una natura artefatta del luogo, al di là del comportamento accondiscendente e quasi non stupito degli interlocutori di Dougie/Cooper, due sono le spie che personalmente mi hanno fatto dubitare, ed entrambe riguardano uno degli emblemi di Twin Peaks: gli alberi.
Se a nessuno sarà sfuggito l’evocativo cartello stradale dall’inequivocabile toponomastica, “Sycamore Street”, meno immediato (e non so se voluto, speculazioni personalissime) è il riferimento ad un altro albero, su cui Cooper, meravigliato, si sofferma nella prima stagione.
FBI Special Agent Dale Cooper: Sheriff, what kind of fantastic trees have you got growing around here? Big, majestic.
Sheriff Harry S. Truman: Douglas firs.
FBI Special Agent Dale Cooper: [Marveling] Douglas firs…
Douglas. Di cui Dougie è l’abbreviazione colloquiale. Adesso, non so se siano mie sovrainterpretazioni, ma se sentendo pronunciare questo nome, si è rievocato in me questo ricordo, mi sembra difficile che per Lynch ciò non sia avvenuto allo stesso modp. Se così fosse, tra Sicomori e abeti di Douglas, sembrerebbe proprio che il contesto in cui Dougie vive, interagisca con il passato di Cooper, addirittura con la sua coscienza, che disseminerebbe tracce ed indizi in questo mondo dalla natura tutt’altro che chiara.

Altra connessione lynchiana, la giaccia del famoso morto in piedi di Velluto blu:

Giacche gialle
Hello-ooo-ooo

Quante cose cult possono succedere in una puntata di Twin Peaks?
Hello-ooo-000 è già meme, già tormentone.
Alla prima visione confesso che l’ho trovato disturbante e ho faticato a riderne (Cooper mi faceva troppo stringere il cuore e l’effetto della fiammella sulle slot machine era fin troppo kitsch). Eppure ero come ipnotizzato e proprio questi elementi destabilizzanti hanno finito per rendere la scena impossibile da ignorare. Il giorno dopo non potevo fare a meno di ripetere “Hello” a tutti i miei amici senza che sapessero perché, con un sorriso stampato in faccia neanche avessi fatto io Jackpot. Ma in un certo senso lo avevamo fatto tutti noi, Jackpot, con il nuovo Twin Peaks di Lynch e Frost. Hello-ooo-ooo!

The Chocolate Bunny
Se è stato difficile sintonizzarmi sull’umorismo della scena delle slot machine (che ho finito con l’adorare), qui mi sono trovato subito a casa. Ho riso alle lacrime. Un piccolo gioiello di ironia e tempi comici (ancora una volta, reso straniante dall’assenza di musica). Tutti gli attori sono semplicemente perfetti (Oh, Lucy). Fan service elevato ad arte. Perché tutti ricordate i coniglietti di cioccolata, vero?

3x03 It's not about the bunny
Anche questo è David Lynch. La serie è sua e ci mette tutti i conigli che vuole.

Altri collegamenti (non sono stato il solo a notarli, ovviamente):

3x03 Nuclear Bomb_Twin_Peaks_Eraserhead

Nell’ufficio di Gordon Cole inoltre campeggia un ritratto di Franz Kafka, l’unico artista di cui Lynch ha dichiarato di sentirsi fratello. C’è stato un momento in cui avremmo potuto avere un film tratto da La Metamorfosi scritto e diretto da Lynch. Che cosa non sarebbe stato. Ma è andata così. Appena ne ho avuto l’opportunità, ho chiesto a Lynch come mai il progetto non si realizzò:

Qui trovate l’articolo completo al riguardo.

E data la trasformazione di Cooper (Mr. C da una parte e Dougie dall’altra), forse alludere alla Metamorfosi non è casuale.

Il commento di Albert quando Gordon Cole lascia il suo ufficio è infine una citazione letterale del sottotitolo di un altro film mai realizzato di David Lynch, Ronnie Rocket.

absurd-mysteries

 

                       RONNIE ROCKET
                              OR
                    The Absurd Mystery of
               The Strange Forces of Existence

Siamo arrivati ai titoli di coda, anche se ci sarebbe molto altro da dire. Ci saranno altre occasioni per farlo. Comunque, non ho un altro termine per definire la terza Parte se non quello, abusato, di capolavoro. It is happening again.

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